Vittorio Di Cesare,ANTROPOLOGIA & COUNTERINSURGENCY L’Human Terrain System e l’Operazione Minerva: la scienza alleata ai servizi informativi?

 

Vittorio Di Cesare: Docente a contratto per il Tirocinio di Intelligence presso l’Università dell’Aquila. Fondatore delle riviste Dossier Intelligence e Intelligence & Storia Top Secret, è direttore del Centro Studi J.N.Harris di Bologna convenzionato con i tirocini esterni curricolari e formativi di varie facoltà. Tra le sue pubblicazioni: L’oro d’Africa (1979); In nome del re (1986); Gli aborigeni australiani (1996); La caduta delle civiltà (2003); L’eredità dell’abisso: l’importanza strategica del Mar Morto nella storia di Israele (2010), La Bibbia decifrata (2011) e con Sandro Provvisionato, Servizi segreti e misteri italiani (2004) e Vaticano rosso sangue (2005).We thank the author for the granted authorization regarding the published article.

 

Si è parlato poco in questi ultimi anni di due nuove settori dell’intelligence: l’Antropological Intelligence e l’Human Terrain System (hts). Distratti dalla gran quantità di notizie giunte dal “fronte arabo” e dal “fronte politico interno” dell’Europa, attraversata da una crisi economica di ampio raggio, i media hanno passato praticamente sotto silenzio un argomento tra i più interessanti e innovativi dell’Antropologia Culturale applicata all’intelligence. Applicazione che analizza le differenze culturali tra i gruppi di umani impiegandole per contrastare le cause dell’insorgenza, del disagio sociale e delle conflittualità oltre che nelle remote regioni asiatiche, nelle città europee dove più forte si stanno facendo i conflitti interni suscitati dal moderno glocalismo. Le applicazioni dell’Antropological Intelligence e dell’hts uscendo dal solo impiego militare delle missione all’estero, potrebbero essere estese ovunque è latente il pericolo di una insurrezione, o per scongiurare la guerriglia urbana generata da differenti contesti sociali nell’ottica di un’azione la quale, come scriveva Cesare Beccaria nel suo celebre libro Dei delitti e delle pene dovrebbe tendere a «prevenire i delitti più che punirli». Concetto che tornava a rivivere in un manuale dedicato al contrasto alla guerriglia: l’FM 3-24.

Embedded anthropologists

Il 15 dicembre del 2006 il Dipartimento della Difesa statunitense pubblicava il manuale FM 3-24 dedicato alla contro-insurrezione. Per la prima volta un civile ed uno specialista militare svolgevano un ruolo importante nella preparazione di quelle 282 pagine del documento. I due esperti erano Montgomery McFate, antropologa culturale statunitense coautrice di un capitolo dal titolo “Intelligence nella contro-guerriglia”, e David Kilcullen, autore dell’appendice dal titolo “Una guida per l’azione”. McFate è la responsabile scientifica del programma dell’esercito americano, nome in codice Terrain Human System, innovativo per quanto contestato metodo da impiegare antropologi capaci di comprendere e far comprendere le differenze culturali mediando tra i locali e i militari nelle operazioni di peacekeeping e nelle azioni di contro-guerriglia. Kilcullen, invece, definito dai media antropologo, in realtà è un ufficiale di fanteria australiana con un PhD conseguito presso l’Università di New South Wales. La McFate criticando la totale assenza dell’antropologia nell’establishment della sicurezza nazionale, pensa che ogni problema sul campo non debba risolversi con azioni cosiddette “punto a tempo”, ovvero la reazione adattata al momento a seconda delle necessità. In sostanza i principi di questa rivoluzione dell’intelligence militare dovrebbero aiutare a capire il complesso mondo socio-culturale delle aree in cui vengono inviate le missioni militari con compiti di peacekeeping. L’obiettivo è quello di aiutare i militari attraverso due funzioni primarie delle scienze sociali e cioè con:

1. Gli Studi di area (Storia, Sociologia, Letteratura, Cultura, Lingua)

• Sfruttano l’attuale corpus di conoscenze nel campo delle scienze sociali umane rilevanti dell’Area nella quale si conducono le operazioni

• Forniscono ai comandanti le informazioni e le conoscenze socio-culturali per integrare i loro processi decisionali militari

• Riducono al minimo la perdita di continuità nell’avvicendamento tra unità, l’invio di soccorsi o il trasferimento di Autorità di comando

• Ricercano, interpretano, archiviano le informazioni culturali per migliorare l’efficacia operativa

• Massimizzano l’efficacia delle decisioni operative armonizzando i Comandi Operativi di Area (COA) con il contesto culturale del territorio

2. L’Antropological Intelligence

Fornisce gli strumenti culturali di ricerca sul campo per acquisire ulteriori conoscenze necessarie alle esigenze operative e di rilevanza locale

Fornisce una graduatoria sulle priorità politiche e logistiche locali

• Apporta conoscenza sulle divisioni tribali, l’organizzazione, la leadership, i poteri ed i problemi locali

• Identifica le reti sociali che influenzano l’economia locale e le dinamiche umane locali

“Nascevano” gli embedded anthropologists, coloro che alla base di ogni intervento militare in un paese straniero antepongono la conoscenza “culturale del nemico” per evitare errori e incomprensioni. La formula proposta dagli antropologi è “Vincere i cuori e le menti” di un antagonista conoscendone la cultura: «Più l’avversario è anticonvenzionale e distante dalle norme culturali occidentali – scrive McFate – più abbiamo bisogno di capire la società e le dinamiche culturali ad essa dipendenti. Per sconfiggere coloro che si contrappongono all’Occidente e che hanno obiettivi transnazionali, che non sono gerarchici nella loro struttura, clandestini nel loro approccio e che operano al di fuori del contesto degli stati-nazione, dobbiamo migliorare la capacità di capire le loro culture». La parola “cultura” è quindi diventata la parola d’ordine che per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale, ha introdotto nelle alte sfere militari una «nuova filosofia di guerra multidisciplinare chiamata “Interagency».

Il Generale David Petraeus (ex comandante della Forza Multinazionale in Iraq) succeduto a Donald Rumsfeld a capo del Dipartimento della Difesa statunitense, ritiene che queste attività darebbero una svolta alle operazioni militari di antiguerriglia. «La conoscenza culturale del terreno – ha detto il generale – può essere altrettanto importante o in alcuni casi molto più rilevante della conoscenza del terreno geografico; occorre pertanto studiare quel terreno nello stesso modo in cui noi militari abbiamo sempre studiato il terreno geografico».

A scuola da T.H. Lawrence

Dal canto suo David Kilcullen nell’intervento per il manuale FM 3-24 si ispirava alle tecniche di T.E. Lawrence (Lawrence d’Arabia) e ai suoi scritti del 1917, quando l’agente segreto britannico compilò i ‘Ventisette articoli’ per l’Arab Boureau, una serie di report per l’Intelligence militare britannica che aveva sede al Cairo. Il saggio di Lawrence, scritto come una guida pratica per gli ufficiali inglesi da impiegare contro l’esercito ottomano, rivive nel saggio di David Kilcullen in un’appendice che consiglia alle truppe Usa di conoscere le popolazioni locali per comprendere i loro legami famigliari, le differenze tra clan e tribù, tra amici e nemici attraverso l’ascolto o l’indagine indiretta. Ulteriori informazioni devono essere prese sulle persone, sulla topografia, sull’economia, la storia, la religione e la cultura nella zona delle operazioni. Sapere la posizione sociale e le relazioni di ogni villaggio, strada, campo, gruppo di popolazione, leader tribali, e persino gli antichi rancori, può servire per raggiungere il “cerchio più interno della fiducia” sviluppando un ascendente sulla popolazione locale. Kilcullen, come sosteneva Lawrence d’Arabia, sottolinea che tra i regali da fare a un capo tribù è più importante offrire ‘lavoro sociale’ al suo villaggio più che dargli somme di denaro o gratificazioni personali.

È importante ricordare poi che in ogni società esistono commentatori nei media locali, leader, figure religiose, personalità la cui influenza organizza la collettività, elementi che devono essere “conquistati” per prima. Per controbattere la guerriglia occorre conoscere quali sono i personaggi quali fuorilegge, eroi rivoluzionari, della resistenza o miti storici che sono utilizzati come figure-guida dagli insorti per mobilitare la popolazione a combattere gli estranei.

In un capitolo del manuale FM 3-24 i lettori vengono pertanto informati che se è necessario, si devono concepire ideologie alternative per contrastare quella degli insorti, oppure sminuirle o sostituirle con vere e proprie operazioni di psy-op. Per questo Montgomery McFate insieme all’antropologa Andrea Jackson, proponeva alla Difesa statunitense uno staff da affiancare ai militari per sperimentare le teorie dell’Antropolgical Intelligence in due missioni denominate “Operazione Minerva” e “Operazione hts”, finanziate rispettivamente con 40 e con 50 milioni di dollari pur tra contrasti e perplessità nate in seno alla comunità scientifica statunitense non convinta dallo scendere in campo dell’antropologia a fianco dell’esercito.

Human Terrain System Team

Alla fine del 2007 sei battaglioni ISAF (International Security Assistance Force) in Afghanistan e militari Usa in Iraq contavano su di un Human Terrain Team formato da un insieme di “esperti in cultura”, “esperti in intelligence” ed “esperti in operazioni speciali”, in tutto cinque uomini.

La squadra era composta da un sergente o da un sottotenente dell’esercito responsabile delle operazioni per la raccolta dei dati. Un esperto culturale, o un antropologo, effettuava materialmente la raccolta di dati etnografici nell’area operativa affiancato da un esperto in studi locali, da un esperto in intelligence tattica cui andava il compito di programmare ed effettuare gli spostamenti ed i pattugliamenti, ed infine da un analista esperto in intelligence il quale, oltre a raccogliere i dati li classificava. L’Human Terrain Team dovevano attivare il processo di “pacificazione e ricostruzione” negli scenari di guerra in cui erano impiegati con vere e proprie operazioni di etnographic intelligence. Prendeva vita l’operazione Hts, ‘Human Terrain System’, consistente nel portare gli antropologi nei teatri di guerra (anche per erudire i soldati sui comportamenti da tenere durante il ‘contatto’ con la popolazione civile), e l’Operazione Minerva nella quale antropologi e storici dovevano interpretare i documenti trovati nei luoghi dove si nascondevano gli insorti. Abbigliati come i militari con mimetiche e giubbotti antiproiettile, gli antropologi ingaggiati in quelle operazioni inauguravano una nuova fase della strategia militare statunitense la quale però, non mancava di creare qualche problema sul campo e in patria. Contrariamente alle istruzioni date dagli antropologi i militari che entravano nei villaggi continuavano ad avere comportamenti non adatti a favorire il contatto con le popolazioni locali, incapaci di distinguere tra soldati e antropologi. Il che rendeva difficile vincere la diffidenza degli abitanti dei villaggi che vedeva gli scienziati comunque come invasori.

Perplessità e ostilità

I soldati affiancati agli antropologi oltre a svolgere le loro mansioni di routine dovevano pensare a proteggerli in quanto non erano preparati per un eventuale conflitto a fuoco. Ciò nonostante tra luglio e agosto del 2007 due antropologi erano uccisi in Iraq durante l’operazione hts e altri cinque erano gravemente feriti con il risultato che il Pentagono doveva loro risarcimenti milionari. Anche l’Operazione Minerva sollevava problemi non indifferenti considerando che gli antropologi e gli storici che dovevano studiare e comprendere i documenti trovati nei rifugi dei ribelli irakeni o talebani, non conoscevano una parola araba, né il pashtu né l’urdu. La loro presenza, quindi, era inutile non potendosi fidare dei traduttori locali per via del fatto che anche la ‘translitterazione’ errata di una sola parola di queste lingue può cambiare tutto il senso della traduzione. Infine gli studiosi stessi sollevarono obiezioni a firmare rapporti superficiali che avrebbero potuto coinvolgere in azioni di guerra le popolazioni di interi villaggi. Oltre all’opinione pubblica degli States anche l’associazione degli antropologi sollevava dubbi sull’effettiva importanza di queste operazioni. Ci si chiedeva, ad esempio, perché non fosse stato più semplice istruire i militari col compito affidato agli studiosi. Si sollevavano perplessità politiche e di immagine anche sulla connotazione “colonialista” delle operazioni e sul fatto che sarebbe stato più semplice inviare via telematica all’Intelligence in patria i documenti rinvenuti per essere analizzati meglio. Alla fine antropologi e storici erano rimpatriati dopo qualche settimana passata al fronte e considerando che i loro contratti annuali di consulenza, valutati attorno ai 250mila dollari, erano annullati, chiedevano e ottenevano di essere pagati egualmente dal Pentagono come se avessero effettuato tutto il periodo.

Glocalismo e Soft Powers

Indipendentemente dalle critiche mosse, i progetti legati ai soft-power anti-insurrezionali sono l’ennesimo sistema che l’Occidente può mettere in campo oltre che in ambito di peacekeeping, di sicurezza interna per fronteggiare i mutamenti sociali in corso a livello mondiale. Proteste e ribellioni spesso si stanno affacciando oltre che nel mondo arabo, anche nelle nazioni europee, senza che si sappia quali sono le forze che realmente manovrano e aizzano questi avvenimenti portandoli al parossismo. L’intelligence di Stato da sola non può fronteggiare questa nuova sfida. Non è una sola questione legata alla criminalità o al terrorismo. È qualcosa che ha radici profonde nelle realtà sociali dei vari paesi. Una Intelligence libera da condizionamenti politici, mediatici ed economici, alleata a università altrettanto indipendenti da preconcetti politici, potrebbero individuare e capire questi mutamenti sociali nell’ottica del «prevenire più che del reprimere». Kerry Fosher, dell’Istituto per la Sicurezza Nazionale e Antiterrorismo presso la Syracuse University, è convinto che l’analisi della complessità di una cultura (comprese quelle cosiddette evolute) effettuata dagli antropologi, potrebbe essere di vitale importanza per salvare vite umane non solo durante i conflitti o le operazioni di peacekeeping, e che gli antropologi non dovrebbero aver paura di mettere la loro formazione scientifica al lavoro per la sicurezza. Non solo in Afghanistan esistono problemi tali da richiedere l’intervento dell’antropologia. Per capire cosa impedisce ad una società di evolvere e le complesse interazioni tra la criminalità e il territorio, i legami tra malavita e società anche nelle nostre città, occorre analizzare diversi fattori che le scatenano: la debolezza del governo centrale, la diversità sociale, la corruzione, le politiche vessatorie, i tribalismi di nicchia, come si potrebbero definire le mentalità arretrate di certe nazioni cosiddette democratiche. Anche lo studio dei gruppi umani nell’ambiente, la vita politica, economia in relazione ai rapporti sociali, le parentele e le affinità, le credenze e le contingenze possono dare un quadro generale dello stato di “sicurezza” di un paese. Nel villaggio globale in cui si vive, è necessaria un’alleanza sempre più stretta tra intelligence e accademia poiché le nuove sfide richiedono una rappresentazione più ampia della realtà sociale con abilità non solo militare. Gli “scienziati sociali” potrebbero portare ai militari e alle forze di pubblica sicurezza di un paese, una visione più approfondita dei problemi che lo attraversano, come sostiene Montgomery McFate, l’autrice del progetto hts, respingendo le critiche mosse agli studiosi che lavorano con i militari pensando che vogliano militarizzare l’antropologia.            

Bibliografia

  • U.S. Army/Marine Corps Counterinsurgency Field Manual (FM 3-24/MCWP 3-33.5)
    Headquarters, Department of the Army, 282 pp December 2006
  • Carlo Tullio Altan, Manuale di antropologia culturale: storia e metodo, Milano, Bompiani, 1979
  • Ida Magli, Introduzione all’antropologia culturale. Storia, aspetti e problemi della teoria della cultura Roma Bari, Laterza, 1989
  • Luigi Maria Lombardi Satriani, Antropologia culturale e analisi della cultura subalterna 2. ed. Milano, Rizzoli, 1997
  • Godfrey Lienhardt, Antropologia sociale, Armando, 1976.
  • Radcliffe-Brown Alfred R., Il metodo dell’antropologia sociale, Roma, officina Edizioni, 1973 [1958].
  • Beattie John, Uomini diversi da noi. Lineamenti di antropologia sociale, Roma-Bari, Laterza, 1985 [1972].
  • Nadel Siegfried F., Lineamenti di antropologia sociale, Roma-Bari, Laterza, 1979 [1974]
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