Gagliano Giuseppe,L’intellettuale in rivolta.L’antagonismo politico nelle riflessioni di Michel Foucault,Michel Onfray,Herbert Marcuse,Noam Chomsky,Howard Zinn,Colin Ward,David Graeber,Rubettino,2012,euro 11,00

Rubbettino Editore

Negli scritti precedenti abbiamo affrontato la poliedricità dell’antagonismo politico ora facendo riferimento al movimento no global ora nello specifico a quello dell’ecologia radicale sottolineandone gli aspetti teorici e operativi attraverso un approccio interpretativo mutuato dalla riflessione di  Vittorfranco Pisano che ci ha consentito di evidenziare il ruolo della conflittualità non convenzionale. Ebbene, uno degli elementi che è costantemente emerso nei casi precedenti è certamente il ruolo decisivo-nell’ elaborazione dell’antagonismo- della filosofia politica (formulata ora in termini sistematici ora in termini meno articolati ma non di meno dirompenti nella loro volontà di opposizione al sistema) vera e propria corrente carsica che ha alimentato -ed alimenta- tutte le principali forme di antagonismo teorico e pratico del passato e del presente. Se dunque nella prima parte di questo saggio la nostra attenzione si è soffermata su Michel Foucault e Michel Onfray , ciò è stato determinato dalla consapevolezza che le loro riflessioni filosofiche e politiche hanno, in primo luogo, individuato nel maggio francese un momento fondamentale per la elaborazione di pratiche alternative al capitalismo e ai valori della borghesia e in secondo luogo dall’esigenza di porre l’enfasi sul ruolo attribuito all’intellettuale come soggetto di trasformazione radicale. In terzo luogo non c’è dubbio che la loro riflessione sul potere sia stata posta in essere anche per contrastare esplicitamente il sistema di potere che si è affermato in Occidente attraverso modalità operative del tutto simili a quelle della conflittualità non convenzionale che abbiamo individuato nei movimenti antagonisti contemporanei. Dal punto di vista storico-piaccia o meno-la riflessione filosofica occidentale ha contribuito in modo decisivo alla costruzione di alternative politiche-utopiche o meno-  rispetto alla realtà dominante. A tale proposito sia sufficiente menzionare l’utopia platonica, quella di Tommaso Moro, quella di Tommaso Campanella, quella marxiana o quella anarchica che ci consentono di prendere coscienza di come- nel contesto filosofico- si siano formate visioni del mondo radicalmente altre che hanno trovato modo di concretarsi sovente attraverso un cambiamento violento dell’assetto di potere. Le scelte messe in atto o semplicemente proposte da i due filosofi francesi presi in esame nella prima parte di questo saggio per contrastare il Leviatano hanno avuto un’efficacia operativa irrisoria al pari di quelle di  Gilles Deleuze e Felix Guattari in un contesto movimentista e antagonista simile a quello del ’68. Proprio in quest’ottica gli esponenti dell’Autonomia operaia (si pensi ad esempio a Toni Negri) hanno riconosciuto il loro debito teorico ai dispositivi di analisi messi in campo sia da Michel Foucault che da Deleuze-Guattari. Per quanto riguarda nello specifico il filosofo francese Michel Onfray, i suoi riferimenti teorici a George Sorel e a  Émile Pouget lo hanno indotto ad aderire-a parte la scontata predilezione per il sindacalismo rivoluzionario-al movimento no global. In altri termini le loro riflessione sul potere, sul ruolo dell’intellettuale costruiscono una sorta di breviario rivoluzionario non dissimile da quelli tradizionali quali Il Manifesto o Stato e anarchia e devono quindi trovare attenzione nel contesto di una intelligence preventiva in grado di individuare gli elementi di sovversione potenziali per il sistema. Alla luce di queste considerazioni ritengo indispensabile precisare che questo breve saggio non ha inteso in alcun modo presentare al lettore un’esposizione esaustiva del pensiero dei filosofi francesi ma ha inteso semplicemente sottolineare alcuni nodi tematici di stretta rilevanza con il percorso intrapreso nelle opere precedenti e fra questi, in modo particolare, il ruolo del maggio francese, il ruolo dell’intellettuale radicale e le pratiche antagoniste da perseguire per opporsi con efficacia al sistema di potere dominante.

Nella seconda parte del saggio lo scopo principale è stato quello di presentare solo alcuni aspetti  del pensiero degli intellettuali presi in esame- tenendo conto ora del loro ruolo e prestigio ora della loro influenza- ma sempre  in relazione alla dimensione antagonista che la  loro riflessione ha esplicitamente teorizzato in aperta opposizione dunque-ora parziale ora radicale- al sistema dominate e,in particolare,al concetto di stato,di capitalismo,di tecnocrazia .Certo il lettore attento non potrà non notare la presenza di elementi comuni: la loro militanza politica ora nella nuova sinistra ora nell’anarchismo,la loro comune opposizione al comunismo letto come ideologia profondamente autoritaria, ma soprattutto la consapevolezza di essere intellettuali di opposizione rispetto al sistema dominante. Ebbene proprio questo aspetto è indubbiamente quello maggiormente rilevante : l’intellettuale viene ad assumere un ruolo ben definito unitamente alle modalità operative attraverso le quali intende modificare concretamente la prassi. Al di là della estrazione sociale- variabile certamente ma nella maggior parte dei casi di matrice borghese- l’intellettuale militante preso in considerazione in questo saggio teorizza una visone del mondo antagonista rispetto ai capisaldi ideologici del sistema dominante- rispetto  alla forma giuridica dello stato o alla stato in quanto tale,al sistema economico,alla distribuzione del potere o al potere in quanto tale,alla politica estera,indicando nella azione diretta(cioè nel sabotaggio  e nella disubbidienza civile) ,nella controinformazione e nella organizzazione di collettivi e/o organizzazioni sociali concrete alternative percorribili ,alternative volte a modificare- per erosione interna e in modo radicale- la realtà sociale e politica. Ebbene,utilizzando l’approccio metodologico della scuola di guerra psicologica francese- ed in particolare di François Gèrè- possiamo agevolmente interpretare il modus operandi degli intellettuali presi in considerazione sia nella prima che nella seconda parte del saggio alla luce dei seguenti concetti chiave definiti con estrema chiarezza da Gèrè.In primo luogo,gli intellettuali militanti possono essere considerati a tutti gli effetti come agitatori:” L’utilisation de ce petit instrument de laboratoire auquel recourt le potache dans ses « manipulations » de chimie rend compte excellemment de l’activité de l’individu qui par métaphore a regu son nom : il trouble un milieu donné. Au départ, le terme est plutót péjora­tif. L’agitateur « professionnel » tombe sous l’accusation d’étre manipulé par « la main de l’étranger » afin de désta­biliser le pays et son ordre social. Mais précocement le_terme. est asumé par les organisations révolutionnaires qui  organisent l’agit prop comme  une structure opérationnelle d’information. Un agitateur est-il donc un propagandiste  ? Certainement. Est-ce un désin­formateur  ? C’est selon, en fonction du contexte, des objectifs et des méthodes choisies pour influencer l’opinion et les masses. Mais il est certain qu’il ne répu­gnera pas à désinformer.L’agitateur exerce son activité au niveau politique et stratégique par des écrits, des pamphlets qui remettent en cause les idées établies, bouscule  les  idées  regues”1 agitatori  che mettono in opera -attraverso una pianificata azione psicologica-l ‘intossicazione Procédé quasiment identique à la désinformation consistant à injecter une fausse nouvelle ou à créer chez un indi­vidu une conception inverse de la réalité. Pratiquée en temps de paix et de guerre, elle vise à fausser le jugement des déci­deurs et à perturber l’action des organes”2 e la demonizzazione dell’avversario ” Cette pratique de désinformation appa­rait tout au long de l’histoire. Un groupe, un gouvernement utilisent des faits, des récits et des rumeurs afin de présenter l’opposant comme une puissance malé­fique. On provoque cinsi, principale­ment à l’intention de son propre peuple, un saut qualitatif hors de la raison et du jugement mesuré pour cristalliser les animosités selon des critères purement moraux. L’opération se fonde sur cacité de constructions manichéennes en situation d’affrontement où la radicalisa­tion des camps n’autorise plus l’exercice du jugement critique rationnel. Loin des nuances et des subtilités d’appréciation des raisons et des arguments des uns et des autres, c’est le discours de la force qui se veut juste. « Dieu est de notre coté »3. In ultima analisi,la delegittimazione delle istituzioni politiche e militari o dello Stato in quanto tale attuata dall’intellettuale militante  di fronte all’opinione pubblica è volta  da un lato a modificare profondamente la percezione della realtà -e soprattutto le scelte politiche e culturali della società civile- e dall’altro lato a  presentarsi quale unica alternativa in grado di gestire il potere politico ed economico.

Di analogo interesse risulta l’analisi di Vittorfarnco Pisano-più volte citata negli scritti precedenti – relativa alla conflittualità non convenzionale che ci consente di interpretare le modalità operative dell’intellettuale militante attraverso un altro approccio pienamente compatibile con quello della scuola di guerra francese. Infatti,le analisi di Vittorfranco Pisano  inquadrano teoricamente la complessità  dei nuovi conflitti sotto la denominazione di conflittualità non convenzionale a bassa intensità .Questa sorge quando due o più players –statali o meno- intendono conseguire finalità eversive o violente senza servirsi né delle regole della democrazia rappresentativa né  di quelle della guerra convenzionale. In particolare, la conflittualità  non convenzionale a bassa intensità si pone in essere attraverso l’agitazione sovversiva,il terrorismo,l’insorgenza,la guerra civile,la rivoluzione,il golpe,la formazione di reti clandestine o semiclandestine e la disinformazione. Ebbene,ai fini dell’inquadramento della dimensione antagonista dell’intellettuale l’ambito di nostro interesse non potrà che essere l’agitazione sovversiva   . L’agitazione sovversiva ,attuata da soggetti appartenenti a partiti,movimenti parlamentari o extraparlamentari ha come finalità il conseguimento di obiettivi politici,ideologici o religiosi avvalendosi della disinformazione,della istigazione alla disubbidienza civile,della resistenza passiva ,dell’occupazione di immobili,di atti vandalici  e infine di strumenti mediatici per la guerra psicologica. Il contesto ideologico che alimenta l’agitazione sovversiva può essere ispirata – secondo Pisano-al marxismo- leninismo,all’anarchismo,all’ecologismo radicale,al nazionalismo,alla teocrazia e alla galassia dell’estrema destra.

Ora, un’ analisi di intelligence che voglia realmente essere efficace deve da un lato essere in grado di analizzare in modo ampio e sistematico le fonti aperte-cartacee e su supporto informatico- relative alla saggistica antagonista (europea come americana) allo scopo di prevenire con  rapidità il manifestarsi di possibili insorgenze di natura politica o sociale ma deve essere anche in grado dall’altro lato di comprendere in modo disincantato e lucido-anche alla luce del sessantotto e del settantasette- la centralità che le istituzioni formative hanno svolto-e svolgono-nella costruzione del dissenso.

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