Stefano Bonucci IL DILEMMA DELL’INGERENZA UMANITARIA

Il recente articolo di  James M.Lindsey (CFR) disponibile on-line all’indirizzo: (http://blogs.cfr.org/lindsay/2013/04/25/obamas-chemical-weapons-dilemma-in-syria/?cid=nlc-public-the_world_this_week-link4-20130426

), sulla vicenda siriana, ripropone, se ce ne fosse ancora bisogno, il dibattito nelle relazioni internazionali, se e a quali condizioni diventi legittimo o, addirittura doveroso immischiarsi negli affari interni di un altro stato; a chi spetti giudicare la sussistenza delle condizioni e a chi sanzionarne le violazioni e gli eccessi, se questa ingerenza cessi o no di essere legittima qualora condotta da un solo attore.  La storia degli ultimi 30 anni ha potuto dimostrare come, teoria e pratica dell’ingerenza esprimano comunque un modello gerarchico di ordine internazionale, che affida non alla comunità internazionale ma, concretamente, a chi ha l’autorità ed il potere di parlare e agire in suo nome–cioè le maggiori potenze, con o senza la legittimazione delle Nazioni Unite (Kosovo, Iraq)- il diritto di vigilare sulla violazione dei diritti umani,sull’appropriazione di armi di distruzione di massa ecc., o addirittura sull’identità degli attori, secondo la teoria neoconservatrice  del regime change, o sotto l’egida ideale dell’esportazione del modello democratico occidentale. Al tempo del sistema internazionale multipolare, ma anche di quello bipolare della guerra fredda, l’impiego del proprio strapotere nei confronti di una potenza minore trovava un limite nella reciproca strategia delle altre grandi potenze, successivamente, il sistema unipolare dell’unica superpotenza rimasta (almeno sul piano militare) e dei suoi alleati non ha trovato più limiti, se non quelli più recenti, della prudenza politica e delle capacità economiche e militari (e dal loro esaurimento, dato l’ampio spettro d’impiego). Di fatto si è assistito ad un ordinamento internazionale che non si fondava su qualche immaginario superamento della sovranità ma, sulla sottrazione di quote crescenti di essa in capo a certi attori (i rogue states, ma non solo…vds crisi economica) e sulla sua riappropriazione da parte di altri. Così, in nome della responsibilityto protect o a seconda della corrispondenza agli standard politici ed economici della ‘normalità’ internazionale rispetto alla logica della democrazia, veniva meno la pretesa ‘sovrana’ di uno stato a perimetrare il proprio territorio dalle pretese altrui, dichiarando se e quando qualcosa la minacciava, se e quando intervenire, anche in assenza di un mandato internazionale o oltrepassandone i limiti (Libia). Sorvolando sulla condivisibilità o meno degli intenti, o quantomeno sulla ragionevolezza dei fenomeni d’ingerenza rispetto alle cause adite, alla luce dei fatti storici, appare evidente il fallimento del proposito fondante la Comunità internazionale quale consesso nel quale, criteri chiari e condivisi, dovrebberofar maturare la decisione di un intervento. L’ipocrisia ed il doppiopesismo dimostrato da alcune grandi potenze nella discrezionale riserva del diritto di interpretare, imporre, applicare ‘il caso d’eccezione’, senza preoccuparsi delle conseguenze  (…in fondo c’èsempre un exit strategy), ne è l’evidente esempio, ed al tempo stesso la causa dell’indebolimento della sua legittimità e rappresentatività. Quali aspettative Stati, popoli, singoli individui possono nutrire nell’esercizio della vigilanza della ‘comunità internazionale’ sull’operato dei propri membri, rispetto al doppio standard impiegato nei confronti di paesi militarmente deboli quale la Libia (per l’appunto generosamente dotata di ingenti risorse energetiche) e paesi militarmente forti quali la Siria (non altrettanto generosamente dotata di risorse e geostrategicamente meno accessibile)? …per limitarsi al caso in disamina, essendo la lista delle incoerenze ben più lunga (Somalia, Palestina etc). Una capacità discrezionale del resto ormai paradossale, quella della coalizione occidentale delle potenze vincitrici della guerra fredda, sempre più lontane dal rappresentare il club effettivo delle grandi potenze, che vuole continuare ad esprimere quel protagonismo politico e militare interventista, che si scontra con il suo anacronismo, dato il mutato scenario di un ‘villaggio globale’  tendente all’edificazione di una pluralità di ordini regionali, ciascuno stretto attorno a potenze e principi diversi, sempre più ostile a ingerenze esterne extra-regionali.  A tal proposito, valga su tutti l’esempio della maldestra esportazione armata della democrazia European Style (di poco più ipocrita dell’originale americano) in Libia, e di contro, gli slogan vuoti con i quali gli stessi hanno approcciato la rivolta in Siria sin dal marzo 2011 “ con forza ed in modo inequivocabile condanniamo queste violenze […] è solo una questione di tempo prima che Assad cada […] La Siria non è la Libia etc” accompagnati poi dall’embargo  sulle armi ai ribelli (che ora pensano di togliere), che evidenziano quella profonda ambivalenza dettata da considerazioni di interesse economico e strategico di un Europa che, dal compiacimento surreale post-Libia manifestato verso la sua leadership, si è trovata catapultata nella depressione della crisi economica, nella divisione al proprio interno, angosciata per il futuro dell’Euro e dell’intero processo d’integrazione. Come del resto la consorella americana. ‘Non minacciare ciò che non si è disposti a fare’ recita inizialmente l’articolo di James M. Lindsay.Una regola della politica estera che nella fattispecie, esprime non solo il rischio che gli USA di Obama correrebbero in caso d’inattività rispetto all’eventuale constatazione dell’uso di armi chimiche da parte del regime di Assad, minandone la credibilità ed il potere e conseguentemente il grado d’influenza in altri teatri (Iran e Corea del Nord); non solo la presa di coscienza della difficoltà del Paese ‘unto’ dal ‘Manifest Destiny’ consegnatogli dai padri fondatori calvinisti, di far fronte a tutti i problemi di politica estera che richiedono la sua attenzione; bensì la certezza, ancora una volta, che nel tanto celebrato ‘villaggio globale’ è possibile invocare principi universali in un luogo e poi comunicare agli uomini di altri luoghi che quei principi NON valgono anche per loro. Sarebbe ora di comprendere che l’etica basata sulla convinzione della legittimità dell’ingerenza ‘a costo zero’, assicurata sin ora dall’asimmetria militare nonché giudiziaria (impunità rispetto alle conseguenze delle proprie azioni), dietro la quale si cela l’indisponibilità a pagare un prezzo anche solo minimamente proporzionato all’irrinunciabilità dei principi invocati, non è più sostenibile, sia per i nuovi equilibri reclamati dai nuovi attori del contesto globale, sia per il ‘tradimento’ delle aspettative che reca con se, alimentando il risentimento di chi lo subisce, rendendo più facile il suo arruolamento tra le fila dell’esercito che quella ‘asimmetria’, gli ha rivoltato contro.

 

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