Gagliano Giuseppe Geo-economia e guerra economica nel pensiero strategico francese contemporaneo

In antemprima la Prefazione di Massimo Franchi del mio nuovo volume di prossima uscita presso Fuoco Editore. In questa vasta e completa opera di Giuseppe Gagliano, dedicata alla Geo-economia ed alla guerra economica nel pensiero strategico francese contemporaneo, viene immediatamente evidenziato il doppio ruolo assunto dallo Stato nell’attuale scenario economico, quello di arbitro che regola il mercato e quello di giocatore che prende parte, attraverso modalità diverse, alla partita economica. Nell’interpretazione che Gagliano dà del pensiero di Ali Laïdi è chiaro il significato di guerra economica, che è una strategia aggressiva di un’impresa o di uno Stato volta a conquistare o a proteggere un mercato. La presentazione delle politiche economiche cinesi e francesi del 2009 ed il ruolo assunto dai Fondi Sovrani nel proteggere od acquistare le imprese strategiche, ritenute i nuovi eserciti del mondo iper-competitivo post-Guerra Fredda, fanno comprendere che ormai ci sono buone pratiche nel settore dell’Intelligence applicate da tutti gli Stati. Trattasi di una competizione senza confini che include lo spazio, la geo-localizzazione, i vettori impiegati per lanciare in orbita i satelliti, la zona marittima economica esclusiva, le terre rare e quelle coltivabili. Nel saggio, che è ricco di riferimenti storici e filosofici di grande interesse, possiamo ripercorrere la storia della guerra economica in riferimento alle forme di Stato dei paesi occidentali per arrivare ad approfondire anche la strategia di un “impero”, come quello cinese, che pur rappresentando una forma di Stato diversa da qualsiasi altra esperienza fa largo uso degli strumenti di Intelligence per sostenere la propria economia, attraverso un utilizzo sapiente del soft power per influenzare gli interlocutori al di fuori della propria area di influenza dove invece è solito mostrare i muscoli. Come ben esposto da Gagliano, uno dei capitoli più interessanti di Ali Laïdi è dedicato alle imprese multinazionali che hanno ancora una nazionalità di appartenenza, o almeno ce l’hanno i manager responsabili, e numeri interessanti a livello globale: nel 2007-2008, prima della crisi economico-finanziaria, il loro numero ammontava a 79.000 aziende con un volume d’affari pari a 31.000 miliardi di dollari. I dati che devono fare riflettere riguardano le 43.000 maggiori imprese del mondo più forti economicamente della maggior parte dei paesi del globo messi insieme e con un numero di dipendenti maggiore della popolazione di alcuni Stati. Se pensiamo che 147 imprese di queste controllano il 40% del giro di affari possiamo comprendere chi detiene il vero potere dell’economia che viene rigorosamente protetto dalle partecipazioni incrociate nella logica del “too big to fail”. A questo proposito l’autore evidenzia una delle principali contraddizioni di queste super entità economiche che sostanzialmente non possono fallire, con gli Stati obbligati a mettere mano al portafoglio per evitare il collasso dell’economia mondiale attraverso interventi che possono assumere caratteri protezionisti, nel mondo del neoliberismo e del libero mercato, per salvare chi nei momenti favorevoli, cioè di profitti, è paladino del non intervento statale. Contraddizione che esiste anche quando le imprese pretendono di sostituirsi allo Stato se considerato troppo lento, per richiamarlo subito in causa quando il mercato fatica a riprendersi o a svilupparsi in modo che il commercio possa espandersi. Secondo quanto messo in luce da Gagliano, è proprio il paese più liberale al mondo in economia, gli USA, il luogo di maggior vicinanza tra impresa e nazione, dove è quasi impossibile che un’azienda contesti gli interessi statali e la sicurezza nazionale. Sono sempre gli USA, con la loro superiorità su terre emerse, oceani e spazio, ad avere il maggior controllo degli investimenti esteri sul territorio nazionale, soprattutto quando un investimento è realizzato con fondi pubblici. Paradossalmente lo Stato-Nazione che alcuni vogliono far credere morto tra le diverse esperienze confederali o federali è ancora vivo, rilanciato dalla globalizzazione che gli ha dato il potere-dovere di proteggere i propri interessi attraverso la difesa ed il sostegno degli attori nazionali. Questo nuovo libro, ricco di numerosi ed interessanti case study, ci conferma che nella guerra economica tutti i mezzi sono leciti per manifestare la propria contrarietà ed inviare messaggi ai partner ed ai concorrenti. Se ad esempio la Cina, nella quale gioca un ruolo fondamentale il Mofcom, reperisce informazioni con le ambasciate, gli studenti che si trovano all’estero, poco costosi e già sul campo, con gli agenti commerciali e con la proverbiale ospitalità asiatica, attraverso l’instaurazione di relazioni amichevoli, non si capisce perché la maggior parte dei paesi occidentali, e tra questi soprattutto un certo pensiero presente in Italia, siano pronti a denunciare aggressioni e perdita di fette di economia dall’estero senza mettere in campo le necessarie contromisure ed anzi tacciando gli organi deputati all’Intelligence di comportamenti fuori dalla legge. Gagliano, nella sua interpretazione, sottolinea che la Cina, basando la competitività sulla conservazione della catena di comando e sulla lotta contro la dispersione dei poteri, ha identificato nella cultura il fattore prioritario della propria sicurezza, rivendicando come una cultura millenaria ed attenta non venga snaturata dalla globalizzazione e dimostrando di insidiare l’egemonia americana sull’industria dell’intrattenimento. Cultura che è per Pechino anche uno strumento di influenza nazionale, elemento principale della concorrenza quale potenza globale. Paradossalmente è stata la Francia, lo Stato considerato più nazionalista e protezionista, il paese ispiratore di un “sistema di intelligence economico europeo”, di un rafforzamento della partnership tra pubblico e privato per la valorizzazione ed utilizzazione del patrimonio informativo europeo. Un’Europa che propone una visione distorta del mondo, che dovrebbe moderarsi grazie al commercio internazionale secondo quanto indicato da numerosi pensatori liberali del passato, basti citare Benjamin Constant e Norman Angell, e nella quale invece gli stessi membri stanno ingaggiando battaglie economiche facendosi scudo del patto di stabilità. Nella sua presentazione del saggio Aux sources de la guerre èconomique: fondements historiques ed philosophiques di Ali Laïdi, Gagliano affronta i temi della guerra monetaria, difficile da attuare per i paesi che hanno perso la loro moneta come l’Italia e gli altri membri dell’Unione, sottolineando la pressione esercitata sulla Svizzera da parte di Germania, Francia e USA e la presenza del shadow banking, il sistema bancario ombra. Strettamente collegato alla criminalità e non riassorbito dalla crisi economica finanziaria degli ultimi anni, il sistema bancario ombra vale, solo negli USA, oltre 16.000 miliardi di dollari che circolano nella finanza americana attraverso fondi speculativi, poste fuori bilancio, centri offshore, banche di investimento, ecc. L’aspetto evidenziato dall’autore è che non si tratta solo di denaro dei sodalizi criminali, ma anche della complicità delle istituzioni bancarie, i colletti bianchi, che si prestano su scala globale a fare sparire, e poi far riemergere, questi ingenti capitali in altre parti del mondo e magari per l’acquisto di una public company strategica. Degna di nota, per l’importanza che l’Intelligence rivestiva, è anche la spiegazione del ruolo della Spia nell’Italia medievale: professionista curioso, poliglotta, colto, magari nei panni di un normale studente, di un trovatore o un mercante, di un banchiere, di un pittore o di un uomo di Chiesa. Si tratta di un profilo molto vicino a quanto è ricercato ancora oggi, nonostante siano divenute preponderanti le competenze informatiche e tecniche. I Prìncipi erano interessati a preservare i loro interessi economici consapevoli che attraverso il denaro avrebbero trovato le risorse per le loro conquiste militari e per difendere i loro territori. Nell’analisi storica poi, Gagliano tocca il tema della Guerra del Golfo del 1991 considerata il momento in cui i civili copiano i militari per condurre i loro affari secondo tre assi fondamentali: recuperare il massimo delle informazioni sul nemico/concorrente, fare in modo che il concorrente abbia meno informazioni possibili, intossicarlo con cattive informazioni e vincere la battaglia dell’opinione pubblica. Siamo nell’epoca del WTO, della Banca Mondiale e del FMI, nella convinzione che il liberismo sia lo strumento adatto per la Governance globale: si delinea un mondo nel quale l’uomo, utilizzando la tecnica, si comporta come un’impresa, prendendo decisioni quotidiane nella propria vita professionale e privata attraverso scelte razionali, pertinenti e dipendenti dai mezzi che possiede ed investe per raggiungere gli obiettivi che si è prefissato. Un mondo, almeno in Occidente, nel quale lo Stato è assoggettato al mercato e spogliato delle sue prerogative pubbliche trasferite al privato, sempre alla ricerca di nuovi mercati. Sempre giocando sulle contraddizioni della società globalizzata, Gagliano chiarisce l’altra faccia della medaglia rappresentata dal Fondo Sovrano (Sovereign Wealth Fund), attraverso il quale i paesi Arabi, la Russia e la Cina, grazie ai petrodollari accumulati e con gestione strategica del portafoglio opaca, acquistano aziende e debito pubblico occidentali, frutto delle economie liberiste. I Fondi Sovrani fanno tornare la mano dello Stato “visibile”, permettono di preparare il futuro in una logica strategica e consentono di proteggere le imprese nazionali, per chi li usa in chiave difensiva, o di acquistare tecnologia e clienti per chi li impiega in chiave offensiva. In un mondo in cui il valore principale è il lavoro e nel quale ogni giorno l’ambiente e le risorse naturali sono erosi, con ogni Stato che si giustifica nel non rispettare gli accordi sul clima, diventa fondamentale il capitale umano di conoscenze, il knowledge, da cui il lavoratore può ottenere reddito e benessere. Secondo Gagliano non si tratta solo di competenze ma di un mix di capacità fisica, intellettuale e mentale su cui l’uomo deve sempre investire per essere competitivo, come fosse un’impresa, al fine di essere migliore degli altri e quindi avere un mercato. La fine della Guerra Fredda, con le nuove guerre asimmetriche, e la dicotomia tra finanza e tecnologia che ne è conseguita, rischia di escludere lo Stato e la sua potenza, intesa come esercizio del potere originario, spostando il concetto di conquista sul controllo dei mercati e l’assoggettamento delle risorse naturali. Christian Harbulot, di cui Gagliano ha il merito di aver divulgato le opere ai lettori italiani, è uno dei massimi esponenti del pensiero Geo-economico francese ed europeo ed evidenzia come la dominazione attraverso l’economia, privilegiata dall’Occidente, sembra meno violenta della conquista di un territorio consentendo un controllo altrettanto efficace sugli obiettivi. Secondo Nicolas Mazzucchi siamo nella logica commerciale, Stato cliente – Stato fornitore, per la quale un rifiuto in una qualsiasi materia dello Stato cliente può generare l’interruzione di un particolare servizio dallo Stato fornitore, in un legame che diventa di dipendenza non violenta. Su questo ambito basti pensare a come la Russia utilizza la propria posizione di vantaggio competitivo nel campo delle risorse energetiche per modificare la politica degli altri Stati clienti. In questo scenario conflittuale di riduzione delle risorse naturali, stretto tra info war e cyber war, diventa fondamentale il ruolo giocato dalle reti, che i francesi hanno messo in luce nel 1994 con il Rapporto Martre (già pubblicato da CESTUDEC) evidenziando l’abisso esistente tra la Francia e la Germania in termini di dispositivo e di gestione delle reti umane. Gagliano, nella sua analisi dell’opera di Nicolas Moinet, ci spiega che le reti sono fluide, permettono legami nello spazio e nel tempo e sono orientabili, attraverso una strategia che attiva i legami nel quadro di un progetto specifico. Su questo ambito la classe dirigente italiana dovrebbe aprire una seria riflessione uscendo dalla logica gerarchico/verticistica ed aprendosi al linguaggio comune, al servizio di obiettivi comunitari ed aggreganti. Dallo studio di alcuni case history, come quello di Antoine Violet-Surcouf, si delinea che la campagna di destabilizzazione di un concorrente attraverso un uso strategico dell’informazione mini i tre pilastri dello sviluppo delle imprese: cultura aziendale, organizzazione interna e fonti di finanziamento. Questo tema che è già stato ampiamente trattato da un precedente lavoro di Gagliano, dal titolo “Guerra Psicologica”, è strettamente legato a quello dell’influenza, cioè all’uomo nel suo rapporto con gli altri e nei modi di pensare, di capire, di organizzare e di impiegare l’influenza nell’azione collettiva che l’intelligence economica rappresenta. L’influenza caratterizza le relazioni di potere di un agente d’influenza su un influenzato, attraverso la sottomissione di quest’ultimo alla propria volontà in modo indotto, senza contratto oggettivo ed esplicito né motivazione o costrizione percepibile. Si tratta di operazioni ormai di prassi nelle imprese multinazionali, attraverso l’attività di lobby, di deviazione, di manipolazione e presenti in discipline come lo street-marketing o il guerriglia marketing. La domanda è come può difendersi un’impresa oggetto di tale attività? Occorre comprendere, analizzare, gestire e rispondere secondo lo stesso registro dell’influenza in un contesto che potrebbe sembrare asimmetrico, l’organizzazione contro l’individuo o la micro impresa, ma che in realtà potrebbe far scontrare entità di pari scala e dimensione. Alle persone che non operano quotidianamente nel cuore strategico delle imprese alcune tesi interpretate da Gagliano potrebbero sembrare lontane e facenti parte di un mondo astratto. Ogni giorno leggiamo sui giornali della Guerra economica, tra Stati e imprese anche a livello locale: occorre comprendere quanto sia stato trasferito, nella gestione strategica dell’informazione, dall’ambiente militare, vero detentore della Guerra e del suo vocabolario (fatto di vantaggi, attacchi, poste in gioco, minacce, aggressioni, conquiste, difese, battaglie, ecc.) al mondo civile. Per Olivier Bariéty, una volta che l’organizzazione ha accesso all’informazione, saranno essenziali e faranno la differenza, la sua raccolta, la sua considerazione e il suo utilizzo nel momento opportuno. Quante imprese sono state conquistate o messe in difficoltà attraverso un nuovo regolamento, con attacchi alla loro reputazione, tramite raid finanziari o attraverso false informazioni su internet? Altro tema toccato da Gagliano, oggi divenuto di fondamentale importanza per le imprese che vogliono accedere ai co-finanziamenti europei, è l’azione di lobbying, nazionale ma soprattutto comunitaria. Con la contrazione del credito del sistema bancario i co-finanziamenti comunitari sono divenuti una delle poche e serie fonti di finanziamento per le imprese. In questo processo diventa fondamentale per l’attore economico attuare un’azione d’influenza, in anticipo, che permetta di assicurare la considerazione dei propri interessi da parte dei decisori pubblici in modo che i futuri programmi europei li rappresentino. Poter condividere con l’Unione Europea una parte degli investimenti in ricerca e sviluppo rappresenta una leva fondamentale per la competitività dell’impresa e del territorio ad essa collegata. Punto centrale, ed originale allo stesso tempo, di questo libro è l’interpretazione che Gagliano dà del pensiero di Harbulot, attorno al concetto di potenza. Quello che tutti lamentano come il problema principale della terza ondata della globalizzazione, cioè la mancanza di Governance, rappresenta per l’autore francese la ricomparsa di logiche di conflitto che stanno all’origine stessa dell’economia di mercato. La sfida economica è una sfida fra potenze, in cui l’informazione ha un ruolo non tanto di coordinamento di un sistema globale ma di vera e propria arma di controllo, offensiva e difensiva in un contesto sempre più conflittuale. L’economia non è governata dalla razionalità organizzativa ma dalla “pancia”, cioè da logiche territoriali, nazionali e geopolitiche. Il concetto di potenza è ridefinito spostando la logica fondante dalla guerra totale all’economia globale. Gli USA, paese leader nella guerra, hanno perso il loro predominio nell’economia con l’entrata in scena di nuovi attori, in particolar modo la Cina, che non si accontentano di stare a guardare e che detenendo il debito pubblico di molti paesi possono influenzarne le decisioni. Non esiste però una sola economia di mercato e un solo mercato, ma un’economia multipolare costituita da tre grandi spazi (paesi occidentali, paesi emergenti e paesi in via di sviluppo) e da molteplici tipi di economie: di mercato per le imprese multinazionali, i sodalizi criminali presenti ovunque, le economie nazionali dirette dagli Stati, le economie sociali e quelle equo solidali. Purtroppo, non esiste oggi un’Unione Europea che ragioni secondo la logica di potenza che, per Éric Delbecque dell’Istituto Nazionale di Alti Studi di Sicurezza e Giustizia di Parigi, non ha niente a che vedere con il desiderio di dominio, ma che è al contrario “la voglia e la capacità di agire e di riunirsi, rispettando l’alterità, per abitare un mondo più umano”. Di sicuro interesse nel libro sono i contributi filosofici che grazie alla formazione accademica di Gagliano sono enunciati chiaramente evidenziando l’importanza fondamentale del pensiero filosofico politico, soprattutto quando si approcciano temi che riguardano l’organizzazione della comunità. Infatti, nella critica che Harbulot fa del commercio, che rispetto al pensiero del mercantilista Barbon non ritiene un mezzo per rafforzare la nazione e per espandere il suo impero, troviamo un superamento delle teorie liberiste non più in grado di comprendere le nuove dinamiche ed una denuncia delle teorie anticapitaliste, con i loro contro-poteri generati dalla contestazione della società civile mondiale, e totalitariste, con la logica dello spazio vitale basato sull’annientamento di altri popoli; viene proposta una nuova matrice di analisi con cui esaminare la genesi e gli sviluppi, sia degli scontri diretti, fatti di crisi diplomatiche, embarghi e guerre sia di quelli indiretti, come lo spionaggio industriale, il protezionismo e la corsa alle materie prime. Gli scontri tra le nazioni non sono più per la sussistenza del loro popolo con un forte legame all’economia reale, come nella logica pre-rivoluzione industriale, oppure per la conquista di uno spazio vitale, sempre alla ricerca di generi di sussistenza. Con l’economia di mercato l’attività umana di appropriarsi dello spazio, che è anche spazio virtuale grazie alla tecnologia, nel quale trovare risorse energetiche, necessarie per la spinta industriale, zone di libero scambio, si scontra con la domanda: cos’è oggi la potenza di uno Stato? Per alcune teorie politiche la democrazia dovrebbe fuggire da qualsiasi logica di potenza, ignorando come lo Stato democratico non abbia saputo contrastare i regimi totalitari, soprattutto per mancanza di volontà ed ottusità. Il rifiuto della crescita di potenza di uno Stato, non compensata dalla reale cessione ed assunzione di potenza ad un organo sovranazionale come l’Unione Europea, potrebbe creare solo posizioni di vassallaggio e di sottomissione al più forte, condizioni nelle quali molti Stati europei, tra cui l’Italia, stanno vivendo oggi. Una delle considerazioni più semplici ed efficaci presenti nell’opera classifica il mondo in due categorie di paesi: quelli che hanno una strategia di crescita di potenza o patriottismo economico (come la Germania, gli USA ed i paesi asiatici) e quelli che non ce l’hanno (come ad esempio la Francia, ma soprattutto l’Italia nella quale i partiti politici non riescono a definire un corpus comune di scelte geo-economiche che non sarà messo in discussione dalle alternanze post-elettorali). È evidente che l’orientamento strategico di Intelligence attuato da ogni paese dipenderà dalle rivalità geo-economiche nelle relazioni internazionali e dall’impatto della società dell’informazione, nella certezza che le grandi aziende multinazionali generano attività e cicli di intelligence interni ed indipendenti con risorse e dispiegamento globale che fa invidia a molti Stati, ma con fini rivolti al profitto come principale valore. Se la Francia adotta una strategia passiva di protezione del patrimonio qual è la strategia dell’Italia e come l’Italia intende proteggere la propria industria manifatturiera, seconda d’Europa dopo quella tedesca? Se la Francia è sbilanciata nella gestione delle crisi internazionali rispetto agli altri fattori di minaccia, come quelli economici, dove si colloca l’Italia? Pragmaticamente e pensando a casa nostra, quali sono i benefici per il sistema Italia in termini di ritorno economico per i numerosi interventi “umanitari” eseguiti negli ultimi anni quando, prendendo come esempio l’Iraq, il vertice politico ha deciso di ritirarsi, per pura convenienza elettorale o ideologia, nel momento in cui iniziavano ad essere assegnati i primi appalti e dopo tutto il sangue versato dai nostri soldati? Qual è stata la strategia di intelligence economica attuata, sempre che ci sia stata, e quali sono state le operazioni di influenza effettuate? Un capitolo di grande interesse e riflessione è dedicato dall’autore alla Guerra cognitiva di cui gli USA sono i principali interpreti a difesa della loro posizione di potenza globale. Gagliano, mettendo in luce successi ed insuccessi della politica americana, ha evidenziato come la capacità di penetrazione delle idee del più forte, gli USA, non sia diminuita ma anzi miri a legittimarlo come portatore di un messaggio universale per il bene dell’umanità, mascherando le contraddizioni interne sul rispetto dei diritti umani per le quali gli europei potrebbero esercitare pressioni. L’avvento di internet, strumento di comunicazione planetaria, ha modificato ed ottimizzato la portata delle operazioni d’influenza e d’informazione, ora pianificabili in tempo reale. Questo strumento di comunicazione mette in crisi anche la scuola comunista che tradizionalmente ha impiegato la propaganda con metodo e su scala globale mettendo in campo, in uno stesso paese, guerre cognitive parallele a difesa di regimi totalitari e manipolando le masse. La guerra dell’informazione è anche guerra di tecnologia, di strategie di controllo della rete globale, di scelta dei sistemi informativi, di produzione normativa, di brevetti e di selezioni di sistemi operativi. La nuova frontiera delle aziende occidentali basata sulla logica della triple bottom line e della comunicazione di impresa, già sommersa in una miriade di sigle nazionali e internazionali che propongono lunghi elenchi di standard di riferimento, si scontra con l’altra metà del mondo, quella in forte crescita, nella quale permangono dinamiche industriali e sociali completamente diverse. L’investimento socialmente responsabile, fondamentale per fare in modo che le imprese creino valore sul territorio non penalizzando la comunità e l’ambiente di riferimento, avrà un senso quando diventerà una sensibilità comune e quando i policy maker decideranno, in una logica di potenza, di tassare o sanzionare i prodotti delle aziende non sostenibili ovunque, e per chiunque, esse producano. Gagliano ci ricorda che gli USA sostengono le PMI dal 1953, non a parole ma con i fatti, con lo Small Business Act, imitato dall’Unione Europea, che attribuisce automaticamente una percentuale dei mercati pubblici alle piccole e medie imprese insediate sul territorio americano. Sempre negli USA il sostegno alla ricerca con l’obiettivo di innovare e collocare sul mercato nuovi prodotti non consiste solo in dichiarazioni, ma anche nella presentazione di strumenti finanziari idonei per lo sviluppo nel tempo. Già oggi, secondo quanto indicato da Pascal Lorot, è il timore delle conseguenze economiche a regolare i contenziosi commerciali, con una diplomazia che gioca ormai con il doppio ruolo, diplomatico ed economico. In questo scenario la geo-economia, con la sua dimensione globale, prende il posto della geopolitica e si occupa non di conquistare i territori ma, secondo Luttwak, di massimizzare le figure altamente qualificate all’interno delle imprese con l’obiettivo, nell’interpretazione di Gagliano, di conquistare o di preservare una posizione ambita all’interno dell’economia mondiale. Nella distinzione con la guerra economica le pratiche geo-economiche sono attuate solo dagli Stati e dalle grandi imprese strategiche a loro legate e generalmente non fanno uso di “armi offensive” come l’embargo unilaterale o il boicottaggio organizzato, offrendo ai dipendenti pubblici una nuova opportunità di recupero della sovranità nazionale con l’obiettivo della superiorità tecnologica e della conquista commerciale attraverso il fatturato e le quote di mercato. Di sicuro interesse è la spiegazione che Gagliano ci offre del potere economico e delle sue caratteristiche, secondo quattro fattori. Per prima cosa la correlazione tra efficienza militare e potere economico si attenua, con paesi che pur essendo deboli nel primo ambito sono virtuosi nel secondo. Inoltre, non sembra più possibile conquistare il potere economico detenendo il solo potere in senso lato e quello militare in modo particolare. Il terzo aspetto riguarda i costi ed il ritorno degli investimenti che si realizzano in mercati pacifici ed in espansione e che aprono una riflessione sull’ammontare delle spese militari in periodi crisi. Per terminare, un tempo il potere militare generava anche quello economico, basti pensare al colonialismo, creando spazi controllati dalla potenza dominante mentre oggi, l’eliminazione delle barriere e le aree di libero scambio capovolgono questo concetto e premiano la capacità di agire di un popolo e l’intelligence economica da esso messa in campo. La scuola geo-economica americana, che ha avuto in Bill Clinton il principale sostenitore politico, indica che la strategia deve procedere secondo tre tappe: liberalizzare gli scambi e giocare un ruolo nella definizione delle regole del gioco, raccogliere le informazioni chiave attraverso un sistema di intelligence economica, con l’intervento anche delle strutture di intelligence governative, e mobilitare le strutture per raggiungere gli obiettivi e monitorare i principali progetti. Nella liberalizzazione degli scambi gli USA hanno imposto, anche ai paesi alleati, il loro interesse incontrando spesso forti opposizioni, ma sempre con il sostegno degli organismi internazionali. Nell’opera di Gagliano viene sottolineato il continuo ricorso degli USA, pur nella fase di cooperazione-concorrenza, a strumenti protezionisti ed a sanzioni unilaterali, pratiche considerate non accettabili dal pensiero strategico francese che ha storicamente puntato sull’indipendenza dall’alleato americano. Nell’interpretazione che Gagliano propone del pensiero di Daguzan sulla crisi dello Stato-nazione moderno, i riferimenti ci portano immediatamente alla situazione italiana. L’indebolimento dello Stato dovuto al deterioramento del legame sociale Stato-cittadino, causato dalla mancanza di fiducia nella classe politico-amministrativa, lascia allo Stato-nazione solo il ruolo di garante sociale. È l’impresa globalizzata, esponente del capitalismo tecnologico, il vero concorrente degli Stati-nazione con le sue logiche di standardizzazione, di contenimento dei rischi e dei costi, di vantaggi comparati, di consigli di amministrazione cosmopoliti e di trasferimento di capitali, in tempo reale e senza controlli, dove necessario. Vi sono alcuni paesi (USA, Germania, Gran Bretagna, Francia, Svezia, Israele, Cina, Russia, Giappone, ecc.) nei quali, nonostante la globalizzazione, lo Stato non solo è ancora garante, ma gioca un ruolo fondamentale creando un ambiente competitivo nazionale, attraverso continue relazioni con le imprese con un posizionamento strategico collettivo, chiaro e riconosciuto, sia di guardiano-semplificatore interno che di facilitatore verso l’esterno. Si tratterà di coordinare e prevedere, proteggendo il patrimonio tecnologico e di conoscenze interno, e di spostare l’attenzione anche sulle altre tematiche della potenza, come il problema della scarsità delle risorse naturali, le gestione delle reti critiche e la corsa allo spazio. Dal libro si evince che la Francia, paese per certi aspetti molto simile all’Italia e principale investitore nell’economia del Bel Paese, ha sentito fin dalla diffusione del rapporto Martre del 1994, già pubblicato da CESTUDEC, il bisogno di potenziare l’Intelligence Economica sulla base di quanto fatto da nazioni come gli USA che, seppure criticate dal pensiero geo-economico francese, rappresentano sicuramente il principale punto di riferimento mondiale. Credo che questo nuovo lavoro di Giuseppe Gagliano dovrebbe diventare un testo fondamentale per tutti coloro che si occupano di imprese, sia nel settore pubblico che in quello privato. Soprattutto l’Italia, che negli ultimi anni ha perso aziende importanti del proprio patrimonio industriale nel silenzio e nella rassegnazione della classe dirigente, necessita non solo di ridisegnare la propria logica di potenza, includendo nelle politiche geo-economiche anche le PMI che rappresentano il reale valore competitivo del paese, ma anche di assegnare una priorità totale all’Intelligence Economica quale strumento a supporto della Governance e dei policy maker. Profilo di Massimo Franchi: Direttore Esecutivo per le relazioni con le imprese di CESTUDEC, Centro Studi Strategici Carlo de Cristoforis, attivo nello studio dei temi della sicurezza, della difesa, dell’intelligence e della storia militare. Consigliere e consulente di management, socio APCO certificato (2013/0105), certified management consultant presso ICMCI, formatore manageriale e trainer di aziende multinazionali, si occupa di progetti di internazionalizzazione, riorganizzazione strategica e commerciale, analisi e studi di mercato, per imprese italiane e straniere. Esperto in sistemi di Governance e Strategia, CSR, Europrogettazione, Balanced Scorecard ed Intelligence Economica è giornalista pubblicista, iscritto all’Ordine Nazionale, e co-fondatore e direttore responsabile della rivista di cultura aziendale Capitale Intellettuale http://www.capitale-intellettuale.it Docente presso A.A.C. Business School nei Master in Gestione d’Impresa PMI, Gestione delle Vendite ed Allineamento Strategico e Sviluppo dei Manager e Team Building. Ha ideato il percorso di Alta Formazione per Manager in Intelligence, Sicurezza e Operazioni in aree di crisi, presso il quale tiene il modulo in Intelligence Economica. Speaker al Master in Governance Politica dell’Università di Pisa per l’A.A. 2013/2014, per i moduli di Intelligence Economica ed Internazionalizzazione. Relatore al CPEXPO Community Protection 2013 sul tema “New Security and Intelligence Trends for Smart Cities”. Relatore ai Seminari biennali di Alta Formazione presso il Centro Congressi dell’Auditorium Paganini di Parma. Ha lavorato in aziende multinazionali, di cui è stato membro del comitato di direzione, con incarichi manageriali in ambito marketing, vendite e comunicazione ed è stato ufficiale dell´Esercito e nell´Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni internazionali all’Università di Parma, indirizzo imprese-mercati-istituzioni, diplomato nel Master Universitario in Governance Politica all’Università di Pisa e nel Master in Sicurezza e Intelligence LUNIG con il patrocinio del Consorzio per gli Studi Universitari di Verona. Ideatore e promotore del progetto di Intelligence Economica Defence of Small and Medium Companies SMC, per la difesa e la tutela del patrimonio imprenditoriale italiano, collabora con diversi centri studi strategici italiani e stranieri, tiene seminari e conferenze sui temi della strategia e dell’internazionalizzazione. Principali interviste ed articoli pubblicati: • Franchi M., “Intelligence economica-amministrativa”, in Capitale Intellettuale Anno 5 N 1 Febbraio 2014, Ed. A.A.C. Consulting, Parma, 2014. • Franchi M., “Intervista a Tiziano Tassi, CEO di Caffeina”, in Capitale Intellettuale Anno 4 N 3 Ottobre 2013, Ed A.A.C. Consulting, Parma, 2013; • Franchi M., “Intervista a Luca Ascari, CEO di Henesis”, in Capitale Intellettuale Anno 4 N 3 Ottobre 2013, Ed A.A.C. Consulting, Parma, 2013; • Franchi M., “Contraffazione del made in Italy”, in Capitale Intellettuale Anno 4 N 3 Ottobre 2013, Ed A.A.C. Consulting, Parma, 2013; • Franchi M., “Prefazione al libro di Giuseppe Gagliano Guerra Economica e Intelligence”, Fuoco Edizioni, Roma, 2013; • Franchi M., “Alla ricerca di nuove fonti di finanziamento” in Capitale Intellettuale Anno 4 N 2 Giugno 2013, Ed. A.A.C. Consulting, Parma, 2013; • Franchi M., “Horizon 2020: il futuro delle imprese europee tra innovazione, ricerca e Corte Unitaria dei Brevetti in Capitale Intellettuale Anno 4 N 2 Giugno 2013, Ed. A.A.C. Consulting, Parma, 2013; • Franchi M., “L’intervista a Filippo Tagliabue: Kosovo, Iraq e Afghanistan: nuove minacce o nuovi mercati di sbocco?” in Capitale Intellettuale Anno 4 N 2 Giugno 2013, Ed. A.A.C. Consulting, Parma, 2013; • Franchi M., “L´intelligence economica a supporto della governance italiana” in CESTUDEC, 19 marzo 2013. • Franchi M., “CIPI Foundation: intervista a Paolo Raffone” in Capitale Intellettuale Anno 4 N.1:16-17, Ed. A.A.C. Consulting, Parma, 2013; • Franchi M., “Intelligence economica e il modello Defence of Small and Medium Companies: Fonti Aperte e Big Data” in CESTUDEC, 5 dicembre 2012. • Franchi M., “La guerra economica del quotidiano” in Editoriale Capitale Intellettuale Anno 3 N.3:1-1, Ed. A.A.C. Consulting, Parma, 2012; • Franchi M., “L´Intelligence economica ed il modello Defence of Small and medium Companies” in Capitale Intellettuale Anno 3 N.3:18-24, Ed. A.A.C. Consulting, Parma, 2012; • Franchi M., “WTO e competizione tra gli Stati” in Capitale Intellettuale Anno 3 N.2:8-12, Ed. A.A.C. Consulting, Parma, 2012; • Franchi M., “Aria di crisi permanente: quali opportunità” in Editoriale Capitale Intellettuale Anno3 N.2:1-1, Ed. A.A.C. Consulting, Parma, 2012; • Franchi M., “Intelligence Economica” in CESTUDEC, 21 maggio 2012; • Franchi M., “Il nuovo centro ricerche Chiesi a Parma: Andrea Chiesi, Emilio Faroldi Associati” in Capitale Intellettuale Anno 2 N.3:14-18, Ed. A.A.C. Consulting, Parma, 2011; • Franchi M., “L´intervista: Stefano Landi” in Capitale Intellettuale Anno 2 N.1:14-16, Ed. A.A.C. Consulting, Parma, 2011; • Franchi M., “Globalizzazione e sicurezza economica” in Capitale Intellettuale Anno 2 N.2:1-1, Ed. A.A.C. Consulting, Parma, 2011; • Franchi M., “Intervista a Massimo Galassini, Usco S.p.A.” in Capitale Intellettuale Anno 2 N.2:14-17, Ed. A.A.C. Consulting, Parma, 2011; • Franchi M., “Una nuova governance per affrontare la complessità” in Capitale Intellettuale Anno 2 N.3:1-1, Ed. A.A.C. Consulting, Parma, 2011; • Franchi M., “Il Mercato: il grande sconosciuto” in Capitale Intellettuale Anno 1 N.1:6-7, Ed. A.A.C. Consulting, Parma, 2010;

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