Gagliano Giuseppe La contro-insurrezione nel pensiero strategico francese Charles Larechoy-Roger Trinquier-David Galula-Jacques Hogard,Edizioni Fuoco,2015

Lo scopo del saggio è stato quello di esporre, per la prima volta in lingua italiana, le riflessioni dei più importanti interpreti della scuola strategica francese della contro-insurrezione, quali: Charles Larechoy, Roger Trinquier, David Galula e Jacques Hogard, mettendo in evidenza in primo luogo come l’esperienza maturata in Indocina e in Algeria -fra il 1940 e il 1960 – servirà loro per comprendere la dimensione profondamente innovativa offerta sotto il profilo strategico, rispetto alla guerra tradizionale, quale il concetto di guerra rivoluzionaria. In secondo luogo l’ampia disamina formulata nel saggio della riflessione degli autori sopra indicati contribuisce a chiarire la centralità che esercitò il pensiero militare di Mao Zedong nell’elaborazione della strategia della contro-insurrezione francese. L’analisi comparata delle biografia di Galula e Trinquier rivela la profonda influenza determinata dalla loro riflessione sulla strategia contro-insurrezionale americana in Vietnam. Il raffronto fra le diverse interpretazioni della guerra rivoluzionaria che emergono nel saggio mostra la presenza di alcuni elementi ricorrenti e fra questi il ruolo determinante della guerra psicologica, la centralità del rapporto del soldato con il territorio, la centralità del controllo sulla popolazione, la natura totale e permanente della guerra rivoluzionaria, la necessità sia di esercitare un controllo duraturo della mente della popolazione, sia di suddividere in settori la popolazione proprio allo scopo di rendere più agevole il controllo della stessa. Ebbene, al di là delle profonde innovazioni in ambito strategico e tecnologico delle guerre contemporanee, è indubbio che la comprensione della guerra rivoluzionaria nell’accezione francese sia ancora oggi centrale per conseguire risultati efficaci e duraturi da parte degli eserciti moderni, come in parte avvenuto in Iraq ed in Afghanistan. Introduzione Il XXI secolo si è caratterizzato a livello internazionale come il periodo che più di ogni altro forse è stato caratterizzato da molteplici conflitti non nel senso classico del termine, come nel passato, ma sempre più come lotte, anche ideologico-religiose, asimmetriche tra soggetti connotati di caratterizzazioni e peso diversi. Istituzioni sovranazionali e Stati da una parte si trovano attualmente a confliggere con una molteplicità di soggetti che spesso sfuggono anche ad una chiara classificazione. Movimenti pseudo-religiosi integralisti, gruppi ideologici estremisti sia con l’arma del terrorismo, che con quella della guerriglia minacciano oggi continuamente gli equilibri statuali che per un settantennio hanno garantito un certo livello di pace nel nostro Emisfero. La risposta ad un pericolo che sempre più si palesa in Occidente non può essere connotata secondo vecchi schemi buoni forse al tempo del confronto Est-Ovest, ma devono essere adattati al nuovo livello di minaccia che ci troviamo ad affrontare. Se i gruppi terroristici rappresentano organizzazioni segrete costituite da un numero ridotto di individui che si considerano l’avanguardia di un costituendo esercito di guerriglieri che combattono per affermare in una determinata realtà diritti o privilegi di un gruppo ritenuti non rispettati, la lotta al terrorismo deve essere, da parte delle istituzioni affrontata come una fase di una guerra da combattere non soltanto a livello militare, ma anche e soprattutto a livello sociale, civile ed economico. In un Mondo sempre più interconesso, la strategia del terrore mira a porre in essere azioni eclatanti che i mass media poi diffondono per imporre un sentimento d’incertezza nell’opinione pubblica il quale influenzi la politica dei governi. Laddove queste azioni terroristiche trovino la mancata o un’inefficace risposta nello Stato mirando al coinvolgimento di strati più larghi della popolazione può instaurarsi un movimento di guerriglia. Viceversa la strategia terroristica può anche perpetrare con le sue azioni violente un effetto intimidatorio che porti ad uno scoraggiamento da parte delle masse ad opporvisi. Sia da una parte che dall’altra è importante il controllo della popolazione toccata da parte dell’organo statale, sia per minare dal basso le cause che potrebbero avvicinare le simpatie di parte della società al movimento insurrezionalista, sia per non permettere a quest’ultimo di godere di un retroterra civile che gli permetta un facile rifugio e aiuto logistico. In tal senso le opere citate nel presente saggio sono illuminanti, perché partendo dalle esperienze maturate dalla Francia nelle lotte anti-coloniali degli anni ‘50 e ’60 del secolo scorso, permettono un’analisi efficace per un contrasto efficace contro questi fenomeni ed il loro isolamento. Interessante è notare che in futuro tali fenomeni violenti non saranno probabilmente più localizzati in zone rurali aperte, vedi Tora Bora in Afghanistan o la Sierra Maestra ai tempi della lotta castrista a Cuba, ma come spiegato dallo studioso americano David Kilcullen nella sua opera “Out of the mountains: the coming age of urban guerrilla”, concentrati soprattutto nelle grandi periferie urbane, vedi il caso delle Primavere arabe, dove sempre più sarà concentrata la popolazione mondiale. Si stima infatti, che nel 2050 nelle mega-città costiere dove si troverà il 75% della popolazione mondiale entro il 2050, e non certo dalle aree montagnose e remote. Quattro sono quindi i trend che bisogna tenere presente: l’aumento della popolazione mondiale (saremo 9,1 miliardi nel 2050), l’urbanizzazione, la maggiore interconnettività tra la stessa popolazione urbanizzata e la creazione di metropoli litoranee, cioè dislocate lungo la costa, come la grande New York City-Newark negli Stati Uniti, Tokio in Giappone, Karachi in India, Dacca in Bangladesh, Rio de Janeiro in Brasile. Kilcullen ha coniato, per far fronte a possibili rivolte sociali, la teoria «del controllo competitivo» per cui la popolazione richiede stabilità e lo Stato deve essere in grado di fornirla sfidando l’offerta “concorrenziale” di quella di altri gruppi politici, da quelli terroristici come al-Qaeda a quelli di gang delinquenziali come in Giamaica. La sfida è quindi ampia perché per gli Stati sempre più sarà difficile soddisfare ad un livello soddisfacente tutte le necessità di masse urbane concentrate in aree periferiche e dove un’organizzazione ideologica o criminale (vedi le conurbazioni dell’hinterland napoletano) riesce a fornire un’alternativa alla domanda di stabilità, sicurezza e lavoro, questo è il momento dove il rovesciamento degli equilibri di forza è possibile.

Controinsurrezione

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