Gagliano Giuseppe Il pericolo islamico secondo i servizi di sicurezza svizzeri

Nel suo rapporto “Sicurezza Svizzera 2020”, il Servizio federale di intelligence (NDB) https://www.newsd.admin.ch/newsd/message/attachments/63412.pdf fa riferimento al ruolo chiave della Turchia come area di transito e per lo “Stato islamico”. Nel suo rapporto sullo stato pubblicato alla fine di ottobre, il Servizio federale di intelligence afferma che l’organizzazione principale dell’IS continua ad avere risorse significative, sia in termini di personale che di risorse finanziarie:

“Si è preparato per la prevedibile sconfitta per molto tempo: le risorse finanziarie sono stati spostati in luoghi sicuri. Oggi è un’organizzazione clandestina frammentata in Siria e Iraq, ma ha strutture intatte a livello regionale. Dalla caduta del califfato, ha perpetrato migliaia di attacchi in Siria e Iraq e, nonostante queste limitazioni, l’organizzazione principale ha anche ampie reti transnazionali. La Turchia svolge un ruolo chiave qui come area di transito . Questa osservazione è sottolineata dal fatto che esponenti dello Stato islamico sono stati ripetutamente arrestati o uccisi nelle immediate vicinanze del confine turco. Nel 2019, il ministro dell’Interno turco ha confermato pubblicamente la crescente presenza e l’aumento delle attività dei jihadisti in Turchia. Nello stesso anno, lo “Stato islamico” ha dichiarato la Turchia una delle sue province”.

Nella sua valutazione della situazione della Turchia, la relazione afferma: “Nonostante le difficoltà politiche ed economiche interne, la Turchia non rinuncerà al suo impegno per il potere regionale sotto il presidente Erdogan. Sullo sfondo della sua percezione delle minacce, l’istituzione di una zona di sicurezza nel nord della Siria costringe la Turchia a rafforzare i suoi legami con la Russia, aumentando così l’area di attrito con i suoi partner tradizionali. Anche il perseguimento degli interessi della Turchia nella regione mediterranea contribuisce a questo. Tuttavia, la Turchia non abbandonerà fondamentalmente le sue relazioni con i suoi partner della NATO e l’UE”.

Secondo la NDB, il terrorismo jihadista potrebbe essere uno dei beneficiari di conflitti politici di potere, e l’IS continua ad aprire la strada in questo senso. La minaccia terroristica in Svizzera rimane elevata e ulteriori attacchi in Europa sono probabili, secondo NDB.

Gagliano Giuseppe Cina e Corea del Sud di fronte ai cambiamenti climatici

Durante la cerimonia dell’assemblea Generale delle Nazioni Unite il presidente cinese ha promesso che la Cina non avrebbe più costruito centrali di carbone all’estero.

Ma non sarà così .

Domandiamoci perché.

In primo luogo, tre quarti delle nuove centrali a carbone del mondo sono costruite all’interno dei confini della Cina, con 250 nuovi impianti in fase di sviluppo. Questo rappresenta più della capacità totale degli Stati Uniti e cinque volte tanto quanto la Cina aveva pianificato all’estero. Un impegno interno a non costruire più centrali a carbone avrebbe un enorme impatto, ma anche questo non è stato menzionato da Xi.

In secondo luogo i combustibili fossili hanno costituito circa il 90 per cento degli investimenti energetici e, rispetto allo stesso periodo del 2020, gli investimenti in energia verde sono diminuiti del 90 per cento. Tre quarti dei restanti investimenti energetici riguardano petrolio e gas, che non sono stati menzionati nell’impegno di Xi.

E l’attuale guerra economica in corso con gli Stati Uniti che ha raggiunto il proprio apice durante l’amministrazione Trump non ha fatto altro che implementare la corsa sia al gas che al petrolio.

Insomma l’impegno di Xi appare in gran parte simbolico e molto probabilmente avrà scarso effetto pratico. Per vedere se veramente il presidente cinese intende rispettare le sue promesse bisognerebbe osservare con estrema attenzione lo sviluppo delle centrali a carbone domestiche cinesi .

Ma non tutte le nazioni asiatiche fanno scelte simili.Un esempio illuminante – seppure tra ombre e luci- è rappresentato dalla Corea del Sud.

Infatti la Corea del sud- nonostante le sue scelte politiche non siano esenti da ombre-può certamente contribuire a svolgere ruolo importante nel contesto della deforestazione. Stiamo alludendo alle scelte fatte dal Korea Forest Service (KFS) che ha guidato lo sforzo di riforestazione. L’impegno concreto profuso dalla Corea è stato riconosciuto a livello internazionale dalla FAO che ha riconosciuto i risultati della Corea negli anni 80.Uno degli elementi oggettivamente verificabili in relazione ai progressi fatti dalla Corea del sud in questo contesto è il fatto che i boschi

rianimati del paese contengono 18 miliardi di tonnellate di acqua, una cifra che supera i 14 miliardi di tonnellate che le sue 49 dighe trattengono. E tutto ciò naturalmente diminuirà l’eruzione del suolo, le inondazioni e i disastri naturali.Tutto ciò non è stato possibile grazie ad una svolta di natura tecnologica ma soltanto grazie a una diversa organizzazione di natura amministrativa da parte delle comunità locali da parte della burocrazia statale. Ma naturalmente non tutto ciò che luccica è oro: non dimentichiamoci infatti che la Corea del sud ha una vera e propria fame di legno e quindi rimane uno dei principali importatori di legname che provengono dai paesi più colpiti dal disboscamento illegale. Nonostante questi limiti a partire dal 1991 l’Agenzia di cooperazione internazionale della Corea ha supportato progetti analoghi in Cina, Mongolia, Myanmar e Indonesia. Insomma nonostante i limiti delle scelte poste in essere della Corea del sud, la riforestazione mostra una chiara strada da seguire e dimostra come una coesa e forte volontà politica possa attuare dei cambiamenti significativi.