Il caso Abu Omar e la sovranità politica italiana

Eppure tutti e ventisei i condannati sono sempre rimasti liberi come l’aria: tra il 2006 e il 2012 ben sei ministri della Giustizia di governi di centrodestra e centrosinistra–Roberto Castelli, Clemente Mastella, Luigi Scotti, Angelino Alfano, Nitto Palma e Paola Severino–rifiutarono di estendere le ricerche a livello internazionale al fine di arrestarli ed estradarli in Italia. 40 E due presidenti della Repubblica concessero la grazia a quattro di loro: nel 2013 Giorgio Napolitano la concesse al colonnello Joseph Romano, successivamente Sergio Mattarella graziò Robert Seldon Lady, Betnie Medero e Sabrina De Sousa. “Nel febbraio del 2016 la Corte europea dei diritti dell’uomo condannò l’Italia per aver violato gli articoli 3, 5, 8 e 13 della Convenzione europea per la tutela dei diritti dell’uomo. Quegli articoli stabiliscono il divieto di tortura e trattamenti inumani e degradanti, il diritto alla libertà e alla sicurezza, al rispetto della vita privata e famigliare e infine il diritto alla tutela giurisdizionale effettiva. L’Italia, unica nazione i cui magistrati e giudici avevano ottenuto una condanna definitiva per i responsabili di una extraordinary rendition della Cia, ora si ritrovava condannata dalla Corte europea per come le sue istituzioni–inclusi due presidenti della Repubblica e la Corte costituzionale–avevano gestito il caso Abu Omar. «Alla fine» scriveva la corte «era stata garantita l’impunità.» Sia agli agenti della Cia, sia ai vertici del Sismi. Sebbene il generale Pollari e il direttore del controspionaggio Mancini fossero stati condannati, il segreto di Stato li protesse e le condanne furono annullate. La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, tuttavia, conteneva parole di grande apprezzamento per il lavoro dei magistrati italiani e faceva notare che, contrariamente a casi come quello di Khaled el-Masri, «le autorità inquirenti italiane hanno condotto un’inchiesta approfondita che ha permesso loro di ricostruire i fatti. La corte rende omaggio al lavoro dei magistrati nazionali, che hanno fatto tutto il possibile per tentare di “stabilire la verità”». “Tutti questi fatti relativi al caso Abu Omar erano noti pubblicamente, perché l’inchiesta era stata seguita dalla stampa e dai media di tutto il mondo che, grazie alle indagini di Spataro e Pomarici, potevano finalmente avere informazioni fattuali sulle extraordinary renditions della Cia. Ma è solo grazie ai cablo che riuscii a ottenere le prove delle pressioni degli Stati Uniti sulla politica italiana affinché non si arrivasse all’estradizione dei ventisei americani condannati. I documenti permettevano di capire come la diplomazia americana fosse consapevole di non avere alcuna chance di influenzare l’inchiesta dei procuratori Spataro e Pomarici, perché, in generale, considerava i magistrati italiani «drasticamente indipendenti». E allora, non potendo fare pressioni dirette sui procuratori, i diplomatici le fecero sui politici, sia di destra che di sinistra. In uno dei file 42 del 24 maggio 2006, l’allora ambasciatore americano a Roma inviato dall’amministrazione Bush, Ronald Spogli, descriveva così il suo incontro con Enrico Letta, allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel governo di centrosinistra di Romano Prodi: «Nel contesto del mantenimento delle nostre eccellenti relazioni bilaterali, l’ambasciatore spiegò a Letta che nulla danneggerebbe in modo più rapido e grave le relazioni [Italia-Usa] della scelta del governo italiano di inviare i mandati di arresto dei presunti agenti Cia associati al caso Abu Omar. Questo era qualcosa di assolutamente fondamentale». Enrico Letta ebbe qualcosa da obiettare nei riguardi di pressioni così esplicite? Stando al cablo, no. «Letta» recita il documento «prese nota e suggerì di discutere personalmente la questione con il ministro della Giustizia Mastella. “Pochi mesi dopo, nell’agosto del 2006, l’ambasciatore Spogli tornava a scrivere 43 a Washington: «Il ministro Mastella ha finora tenuto a bada le ricorrenti richieste giudiziarie di estradare i presunti agenti Cia che sarebbero coinvolti nella rendition di Abu Omar. Prodi ha rifiutato di rilasciare qualsiasi dettaglio sulla potenziale conoscenza o sul coinvolgimento degli italiani nel caso». L’anno dopo fu la volta di Massimo D’Alema, allora ministro degli Esteri nel governo di Romano Prodi. L’ambasciatore americano riportava in questo modo il suo incontro nell’aprile del 2007: 44 «D’Alema ha chiuso il meeting di un’ora facendo notare di aver chiesto al segretario [di Stato] se il Dipartimento [di Stato] potesse inviargli una nota scritta in cui si spiegava che gli Stati Uniti non avrebbero dato seguito alle richieste di estradizione del caso Abu Omar, nel caso in cui queste fossero state inviate. Una simile nota–aveva spiegato–avrebbe potuto essere usata preventivamente dal governo italiano per respingere l’azione dei magistrati, che cercavano l’estradizione dei cittadini americani implicati». Passò un anno, all’esecutivo di Romano Prodi succedette quello di Silvio Berlusconi, ma il risultato non cambiava. «Berlusconi ha continuato a stare con noi facendo il meglio che può nel processo ai ventisei americani» scriveva nell’ottobre del 2008 l’ambasciatore americano Ronald Spogli.

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