Il budget del Pentagono

È finalmente arrivato al congresso americano il National Defense Authorization Act, o NDAA, che stabilisce la politica per il Pentagono su una serie di aree, tra cui quanti fucili e navi dovrebbe acquistare, gli stipendi dei soldati e il modo migliore per affrontare le minacce geopolitiche. https://www.congress.gov/bill/117th-congress/house-bill/4350/text

Arriva mesi dopo che la Camera ha approvato la sua versione di un disegno di legge sulla politica di difesa di 768 miliardi di dollari per l’anno fiscale 2022.

In particolare il documento indirizza i funzionari della difesa e dell’intelligence a dettagliare come proteggere l’Afghanistan da potenziali minacce terroristiche.

La versione del Senato del disegno di legge sulla politica di difesa per l’anno fiscale 2022 è stata introdotta da Sens. Jack Reed (D-R.I.), presidente del Comitato per i servizi armati, e Jim Inhofe (R-Okla.), membro del comitato repubblicano in classifica, a settembre. https://www.reed.senate.gov/news/releases/under-leadership-of-chairman-reed-senate-armed-services-committee-advances-2022-defense-budget.Un aspetto estremamente significativo è la volontà da parte del congresso americano di affiancare a questo progetto anche l’ Innovation and Competition Act (USICA), che con un investimento di 52 miliardi di dollari intende incrementare la produzione di semiconduttori negli Stati Uniti e autorizzare una spesa di 190 miliardi di dollari per rafforzare la tecnologia e la ricerca statunitensi per competere con la Cina. https://www.congress.gov/bill/117th-congress/senate-bill/1260

Queste norme giuridiche serviranno a rafforzare la produzione americana, sistemare le catene di approvvigionamento e investire nella prossima generazione di ricerca tecnologica all’avanguardia in funzione di contenimento anticinese .

Gagliano Giuseppe Cina e Corea del Sud di fronte ai cambiamenti climatici

Durante la cerimonia dell’assemblea Generale delle Nazioni Unite il presidente cinese ha promesso che la Cina non avrebbe più costruito centrali di carbone all’estero.

Ma non sarà così .

Domandiamoci perché.

In primo luogo, tre quarti delle nuove centrali a carbone del mondo sono costruite all’interno dei confini della Cina, con 250 nuovi impianti in fase di sviluppo. Questo rappresenta più della capacità totale degli Stati Uniti e cinque volte tanto quanto la Cina aveva pianificato all’estero. Un impegno interno a non costruire più centrali a carbone avrebbe un enorme impatto, ma anche questo non è stato menzionato da Xi.

In secondo luogo i combustibili fossili hanno costituito circa il 90 per cento degli investimenti energetici e, rispetto allo stesso periodo del 2020, gli investimenti in energia verde sono diminuiti del 90 per cento. Tre quarti dei restanti investimenti energetici riguardano petrolio e gas, che non sono stati menzionati nell’impegno di Xi.

E l’attuale guerra economica in corso con gli Stati Uniti che ha raggiunto il proprio apice durante l’amministrazione Trump non ha fatto altro che implementare la corsa sia al gas che al petrolio.

Insomma l’impegno di Xi appare in gran parte simbolico e molto probabilmente avrà scarso effetto pratico. Per vedere se veramente il presidente cinese intende rispettare le sue promesse bisognerebbe osservare con estrema attenzione lo sviluppo delle centrali a carbone domestiche cinesi .

Ma non tutte le nazioni asiatiche fanno scelte simili.Un esempio illuminante – seppure tra ombre e luci- è rappresentato dalla Corea del Sud.

Infatti la Corea del sud- nonostante le sue scelte politiche non siano esenti da ombre-può certamente contribuire a svolgere ruolo importante nel contesto della deforestazione. Stiamo alludendo alle scelte fatte dal Korea Forest Service (KFS) che ha guidato lo sforzo di riforestazione. L’impegno concreto profuso dalla Corea è stato riconosciuto a livello internazionale dalla FAO che ha riconosciuto i risultati della Corea negli anni 80.Uno degli elementi oggettivamente verificabili in relazione ai progressi fatti dalla Corea del sud in questo contesto è il fatto che i boschi

rianimati del paese contengono 18 miliardi di tonnellate di acqua, una cifra che supera i 14 miliardi di tonnellate che le sue 49 dighe trattengono. E tutto ciò naturalmente diminuirà l’eruzione del suolo, le inondazioni e i disastri naturali.Tutto ciò non è stato possibile grazie ad una svolta di natura tecnologica ma soltanto grazie a una diversa organizzazione di natura amministrativa da parte delle comunità locali da parte della burocrazia statale. Ma naturalmente non tutto ciò che luccica è oro: non dimentichiamoci infatti che la Corea del sud ha una vera e propria fame di legno e quindi rimane uno dei principali importatori di legname che provengono dai paesi più colpiti dal disboscamento illegale. Nonostante questi limiti a partire dal 1991 l’Agenzia di cooperazione internazionale della Corea ha supportato progetti analoghi in Cina, Mongolia, Myanmar e Indonesia. Insomma nonostante i limiti delle scelte poste in essere della Corea del sud, la riforestazione mostra una chiara strada da seguire e dimostra come una coesa e forte volontà politica possa attuare dei cambiamenti significativi.